Patologie

L’indice di rotondità corporea come nuovo indicatore di rischio oncologico nelle donne

L'indice di rotondità corporea (BRI) emerge come indicatore più accurato del BMI nel predire il rischio di cancro nelle donne, secondo uno studio su oltre 33.000 persone.

Indice di rotondità corporea: un nuovo marcatore di rischio cancro nelle donne
Immagine generata con AI

Misurare il rischio di cancro con un semplice calcolo basato su vita e altezza: è questa la promessa del Body Roundness Index (BRI), o indice di rotondità corporea, un parametro antropometrico che negli ultimi anni sta guadagnando attenzione nella ricerca oncologica ed epidemiologica. Uno studio prospettico di coorte pubblicato il 29 ottobre 2025 sulla base di tre grandi dataset internazionali ha esplorato il legame tra questo indice e l’incidenza complessiva di cancro in una popolazione di adulti over 50, sollevando interrogativi rilevanti su come valutiamo il rischio legato alla composizione corporea.

Che cos’è il BRI e come si differenzia dal BMI

Il BMI (Body Mass Index), o indice di massa corporea, è lo strumento più diffuso per classificare sovrappeso e obesità nella pratica clinica e nella ricerca. Tuttavia, il suo principale limite è strutturale: il BMI rapporta il peso alla statura senza distinguere tra massa grassa e massa magra, né localizzare dove il grasso si accumula. Due persone con lo stesso BMI possono avere profili di rischio metabolico completamente diversi a seconda della distribuzione del tessuto adiposo.

L’indice di rotondità corporea nasce proprio per colmare questa lacuna. Il Body Roundness Index si calcola a partire da due sole misurazioni: la circonferenza vita e l’altezza. Attraverso una formula geometrica, il BRI stima la “rotondità” del corpo, catturando in modo più diretto la presenza di grasso addominale e viscerale — il tipo di grasso metabolicamente più attivo e associato a un maggior numero di rischi per la salute. A differenza del BMI, che è cieco rispetto alla distribuzione del grasso, il BRI è progettato per riflettere meglio l’accumulo di grasso centrale, che rappresenta un fattore di rischio indipendente per diverse condizioni croniche.

Lo studio: tre coorti, oltre 33.000 persone, quasi 3.000 diagnosi di cancro

La ricerca condotta da Pincheng Luo e Yanxue Lian, i cui risultati sono disponibili sulla piattaforma PubMed Central, ha adottato un disegno prospettico di coorte, uno dei più solidi tra gli studi osservazionali. I ricercatori hanno attinto a tre grandi studi longitudinali internazionali: l’English Longitudinal Study of Aging (ELSA), l’Health and Retirement Study (HRS) e il China Health and Retirement Longitudinal Study (CHARLS).

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Il campione complessivo ha incluso 33.624 individui di età pari o superiore ai 50 anni. Di questi, 2.999 hanno riportato una diagnosi di cancro nel corso del follow-up. La scelta di concentrarsi sulla fascia over 50 è metodologicamente coerente: è in questa fascia d’età che l’incidenza oncologica aumenta in modo significativo e che i parametri di composizione corporea tendono a modificarsi più sensibilmente.

Lo studio ha anche esaminato se l’associazione tra BRI e incidenza oncologica si mantenesse coerente in sottogruppi specifici, in particolare nei soggetti con e senza malattia cardiometabolica (CMD). Questo aspetto è rilevante perché molte condizioni cardiometaboliche — come il diabete di tipo 2, l’ipertensione e la sindrome metabolica — condividono con il cancro alcuni meccanismi patogenetici legati all’infiammazione cronica e all’insulino-resistenza.

Il quadro nelle donne: BRI e circonferenza vita a confronto

Uno degli aspetti più discussi nel dibattito scientifico riguarda le differenze di genere nella distribuzione del grasso corporeo e nella sua rilevanza per il rischio oncologico. Le evidenze disponibili indicano che nelle donne la misurazione della circonferenza vita e il BMI mostrano risultati simili nel predire il rischio di cancro correlato all’obesità. Questo dato suggerisce che, almeno nel sesso femminile, diversi indicatori antropometrici tendono a convergere nella stima del rischio, pur con sfumature che la ricerca sta ancora esplorando.

È importante precisare che le fonti disponibili descrivono un’associazione tra BRI e incidenza di cancro, non un rapporto di causalità. Uno studio osservazionale — per quanto prospettico e condotto su coorti ampie — non consente di concludere che il BRI elevato causi il cancro. Identifica piuttosto una correlazione che merita attenzione clinica ed epidemiologica, e che potrebbe in futuro contribuire a stratificare i soggetti a maggior rischio.

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Perché il grasso viscerale conta nella ricerca oncologica

Il tessuto adiposo viscerale non è un deposito inerte: è metabolicamente attivo e produce una serie di molecole — tra cui adipochine, citochine pro-infiammatorie e ormoni steroidei — che possono influenzare la proliferazione cellulare e i meccanismi di difesa immunitaria. L’eccesso di grasso addominale è stato associato, in numerosi studi, a un ambiente ormonale e infiammatorio che può favorire lo sviluppo di alcune neoplasie.

Il BRI, misurando indirettamente l’entità del grasso viscerale attraverso la circonferenza vita normalizzata per l’altezza, potrebbe catturare questo rischio in modo più preciso rispetto al solo BMI. Tuttavia, i dati attualmente disponibili si riferiscono all’incidenza oncologica complessiva: le fonti esaminate non dettagliano quali specifici tipi di cancro risultino più fortemente associati a un BRI elevato, e sarebbe scorretto affermare il contrario in assenza di dati verificati.

Cosa cambia nella pratica: limiti e prospettive

Dal punto di vista clinico, il BRI presenta un vantaggio pratico evidente: richiede solo due misurazioni semplici, non invasive e a basso costo — la circonferenza vita e l’altezza — rendendolo potenzialmente applicabile in contesti di medicina di base e screening di popolazione. Tuttavia, prima che questo indice possa entrare nelle linee guida o nei protocolli di valutazione del rischio oncologico, sono necessari ulteriori studi che ne definiscano i valori soglia clinicamente rilevanti, la specificità per tipo di tumore e la performance in popolazioni diverse per etnia, sesso e comorbilità.

Lo studio di Luo e Lian rappresenta un contributo significativo perché utilizza coorti internazionali — europea, americana e cinese — aumentando la generalizzabilità dei risultati. Allo stesso tempo, il disegno osservazionale e la natura autodichiarata delle diagnosi oncologiche in alcuni dei dataset utilizzati costituiscono limiti metodologici da tenere presenti nell’interpretazione dei risultati.

La ricerca sull’indice di rotondità corporea si inserisce in un filone più ampio che punta a superare i limiti del BMI senza rinunciare alla semplicità operativa. I dati finora disponibili sono promettenti, ma non ancora sufficienti per tradursi in raccomandazioni cliniche definitive: il passo successivo sarà capire se e come il BRI possa affiancare — o in alcuni contesti sostituire — gli strumenti antropometrici tradizionali nella valutazione del rischio oncologico, specialmente nelle donne e nelle popolazioni anziane dove la composizione corporea cambia in modo significativo con l’età.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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