Che le donne siano storicamente sottorappresentate nella ricerca cardiologica è un dato ormai consolidato, ma i numeri che emergono dalla pratica clinica spagnola rendono la questione ancora più concreta e urgente: secondo uno studio pubblicato nel 2019 e indicizzato su PubMed, la disparità di genere negli impianti di defibrillatore in Spagna è tale da relegare le donne a soltanto il 18% degli interventi di impianto di defibrillatore cardiovertitore (ICD), nonostante rappresentino una quota significativa dei pazienti potenzialmente idonei a ricevere il dispositivo. Una forbice che interroga l’intera comunità cardiologica europea sulla qualità e l’equità delle cure salvavita.
Cosa dice lo studio sulla disparità di genere negli impianti di defibrillatore in Spagna
La ricerca intitolata Is There a Gender Gap in Spanish Cardiology?, firmata da A. Sambola e colleghi e pubblicata nel 2019 con indicizzazione su PubMed, fotografa un sistema cardiologico in cui il sesso biologico del paziente sembra influenzare in modo rilevante l’accesso a una terapia considerata standard in determinate condizioni cliniche. Il defibrillatore cardiovertitore impiantabile è un dispositivo che eroga una scarica elettrica in caso di aritmie ventricolari pericolose per la vita, ed è raccomandato dalle principali linee guida internazionali in specifici profili di rischio — indipendentemente dal sesso del paziente.
Il dato del 18% di impianti eseguiti in donne non emerge dal nulla: si inserisce in un contesto più ampio documentato da registri internazionali. Uno studio su un registro ICD che ha analizzato 161.470 pazienti nel periodo 2006-2007 mostrava già che il 73% dei portatori di ICD era di sesso maschile e solo il 27% femminile. La disparità osservata in Spagna è dunque ancora più marcata rispetto a quella rilevata in quella coorte internazionale, il che suggerisce che il divario non sia semplicemente il riflesso di una diversa prevalenza delle cardiopatie nei due sessi.
Le donne e i dispositivi cardiaci: un profilo di rischio procedurale più elevato
Un elemento che complica ulteriormente il quadro riguarda gli esiti procedurali. Dai dati disponibili emerge che le donne sottoposte a impianto di ICD presentano una incidenza più elevata di eventi avversi correlati alla procedura rispetto agli uomini. Questo dato può essere interpretato in modi diversi: da un lato potrebbe riflettere differenze anatomiche o fisiologiche che rendono tecnicamente più complessa la procedura nelle pazienti di sesso femminile; dall’altro potrebbe indicare che le donne arrivano all’impianto in uno stadio più avanzato di malattia, avendo atteso più a lungo prima di ricevere la valutazione o la proposta terapeutica appropriata.
È importante sottolineare che i dati disponibili descrivono un’associazione, non una relazione causale accertata. Le ragioni specifiche che determinano questa disparità procedurale non sono ancora chiarite con certezza dalla letteratura esaminata, e sarebbe scorretto trasformare un’osservazione epidemiologica in una diagnosi di sistema senza ulteriori evidenze.
La sottorappresentazione femminile nei trial clinici di cardiologia
Il problema degli impianti di ICD non può essere letto in isolamento: si inserisce in una questione strutturale che riguarda l’intera cardiologia. Tra il 2010 e il 2017, le donne hanno rappresentato al massimo il 39% dei partecipanti ai trial clinici cardiologici. Questo significa che gran parte delle evidenze su cui si basano le linee guida — incluse quelle sull’indicazione all’impianto di ICD — è stata generata prevalentemente su popolazioni maschili.
Le conseguenze di questa sottorappresentazione sono molteplici. In primo luogo, i criteri di selezione dei pazienti idonei potrebbero essere stati calibrati su caratteristiche cliniche più tipicamente maschili, rendendo meno visibili o meno “classificabili” le pazienti femminili con profilo di rischio equivalente. In secondo luogo, la minore inclusione delle donne nei trial limita la possibilità di identificare eventuali differenze di risposta alla terapia o di profilo di sicurezza specifiche per sesso, proprio come quelle emerse nei dati sugli eventi avversi post-impianto.
Il riferimento alle linee guida internazionali di cardiologia — come quelle dell’European Society of Cardiology — è in questo senso fondamentale: quando le raccomandazioni sono costruite su basi di evidenza prevalentemente maschili, il rischio che vengano applicate in modo meno sistematico alle pazienti femminili è reale, anche in assenza di una discriminazione intenzionale.
Bias clinici e percezione del rischio nelle pazienti cardiopatiche
La letteratura cardiologica ha documentato in più occasioni come la presentazione clinica delle malattie cardiovascolari nelle donne possa differire da quella classicamente descritta negli uomini. Sintomi meno “tipici”, quadri clinici più sfumati e una minore consapevolezza del rischio cardiovascolare femminile — sia tra i pazienti sia, in alcuni contesti, tra i professionisti — possono contribuire a ritardare la diagnosi e, di conseguenza, la valutazione per terapie come l’ICD.
Va precisato che le cause specifiche della disparità osservata in Spagna non sono documentate con certezza nelle fonti disponibili: attribuire il divario esclusivamente a bias clinici, a fattori organizzativi o a differenze epidemiologiche reali richiederebbe analisi più approfondite di quelle attualmente disponibili nella letteratura esaminata. Ciò che lo studio di Sambola e colleghi mette in luce è l’esistenza del gap, non la sua spiegazione definitiva.
Implicazioni per l’equità nell’accesso alle terapie salvavita
Il defibrillatore cardiovertitore impiantabile è, per definizione, un presidio salvavita. Quando l’accesso a questo dispositivo risulta sistematicamente inferiore per un gruppo di pazienti — indipendentemente dal profilo clinico — si pone un problema di equità terapeutica che va oltre la singola nazione o il singolo sistema sanitario.
I dati spagnoli offrono uno spunto di riflessione che vale per tutta la cardiologia europea. Aumentare la partecipazione femminile ai trial clinici, sviluppare criteri di selezione per l’impianto di ICD che tengano conto delle specificità di presentazione nelle donne e monitorare sistematicamente i dati di utilizzo disaggregati per sesso sono passi che le società scientifiche e i sistemi sanitari possono intraprendere sulla base delle evidenze già disponibili.
Il dato del 18% è, in ultima analisi, un indicatore che merita attenzione non come sentenza definitiva su un sistema sanitario, ma come segnale da cui partire per valutare se le donne con indicazione clinica all’impianto di ICD stiano ricevendo le stesse opportunità terapeutiche degli uomini. La risposta a questa domanda richiede ulteriori ricerche, ma il punto di partenza — riconoscere che la disparità esiste — è già un passo necessario verso una cardiologia più equa.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








