Una pianta tropicale che in Asia viene masticata come foglia da secoli sta diventando un fenomeno di consumo negli Stati Uniti, spesso senza che chi la acquista — nei negozi di alimentari, nelle edicole o online — abbia piena consapevolezza dei suoi kratom effetti sul sistema nervoso e del profilo di rischio che la caratterizza. Secondo il National Survey on Drug Use & Health del 2023, 1,6 milioni di americani hanno usato kratom nell’arco di un anno, eppure solo il 19% degli adulti statunitensi dichiara di conoscere questa sostanza, stando a un sondaggio dell’American Psychiatric Association.
Che cos’è il kratom: botanica e tradizione d’uso
Il kratom è ricavato dall’albero tropicale Mitragyna speciosa, originario del Sud-Est asiatico, dove cresce in modo spontaneo in paesi come Thailandia, Indonesia e Malaysia. La pianta appartiene alla famiglia delle Rubiaceae — la stessa del caffè — e le sue foglie contengono composti psicoattivi che ne hanno determinato un uso tradizionale plurisecolare. Nelle comunità locali, le foglie venivano masticate direttamente oppure preparate in infuso, pratiche consolidate nel tempo e descritte come generalmente sicure in quel contesto culturale e geografico.
Negli Stati Uniti il prodotto arriva quasi esclusivamente in forma trasformata: capsule, polveri, liquidi e, più raramente, foglie essiccate. È reperibile in negozi fisici — inclusi supermercati e piccoli esercizi commerciali di quartiere — e su piattaforme online, senza che sia necessaria alcuna prescrizione medica. La Food and Drug Administration stima che ogni mese vengano importate dalle regioni di origine quasi due tonnellate metriche di kratom, un volume che riflette l’entità della domanda.
Come agisce: effetti dose-dipendenti e proprietà oppioidi parziali
La caratteristica farmacologica più rilevante del kratom, e anche la più preoccupante dal punto di vista medico, è la sua azione dose-dipendente. A dosi basse la sostanza si comporta come uno stimolante; a dosi più elevate acquisisce proprietà sedative con un profilo simile a quello degli oppioidi. Questa dualità d’azione è confermata dalla letteratura scientifica: il kratom esercita effetti agonisti parziali sui recettori oppioidi, un meccanismo che lo avvicina — almeno in parte — alle sostanze controllate della stessa classe farmacologica.
→ Leggi anche: GLP-1 nella dipendenza: tra efficacia clinica e lacune normative della telemedicina
Una dose tipica è compresa tra tre e cinque grammi. Tuttavia, la variabilità nella composizione dei prodotti commerciali, che non sono soggetti a standard farmaceutici rigorosi, rende difficile per il consumatore stimolare con precisione la quantità di principio attivo effettivamente assunta. Questo è uno dei fattori che complicano sia la valutazione del rischio individuale sia la ricerca clinica sulla sostanza.
Tra le motivazioni più frequenti all’uso autodichiarato figurano il trattamento del dolore cronico, dell’ansia, della depressione, della tosse, della diarrea e — aspetto particolarmente significativo — il tentativo di gestire autonomamente i sintomi da astinenza da oppioidi o il disturbo da uso di oppioidi. Quest’ultimo dato emerge con chiarezza da uno studio pubblicato su Drug and Alcohol Dependence: il 10,4% delle persone con diagnosi proxy di disturbo da uso di oppioidi risultava utilizzatore di kratom, con un odds ratio aggiustato di 3,20 (IC 95%: 1,38–7,41) rispetto a chi non aveva tale diagnosi.
L’escalation delle segnalazioni: i dati dei centri antiveleni
Il dato più eloquente sulla traiettoria del fenomeno viene dai centri antiveleni statunitensi. Nel 2010, i casi di esposizione al kratom segnalati ad America’s Poison Centers erano appena 19. Nel 2023 sono saliti a 1.242, con un incremento superiore al 6.500% — più di 65 volte il valore iniziale. Ancora più significativo è l’andamento degli esiti gravi: da zero casi nel 2010 a 158 casi nel 2023.
Questi numeri non rappresentano la totalità degli eventi avversi, poiché includono solo le segnalazioni volontarie ai centri antiveleni, che per definizione sottostimano il fenomeno reale. Tuttavia la curva di crescita è indicativa di una tendenza che le autorità sanitarie non possono ignorare. La FDA ha da tempo avviato un monitoraggio attivo sulla sostanza, segnalando preoccupazioni relative alla sicurezza e all’assenza di studi clinici controllati che ne dimostrino efficacia e profilo di sicurezza in indicazioni terapeutiche specifiche.
Perché i medici sono preoccupati: dipendenza e uso non supervisionato
Le preoccupazioni della comunità medica si articolano su più livelli. Il primo riguarda il potenziale di dipendenza: in quanto agonista parziale degli oppioidi, il kratom può indurre tolleranza e sindrome da astinenza, caratteristiche che lo rendono problematico proprio per chi lo usa nel tentativo di liberarsi da una dipendenza da oppioidi prescritti o illeciti. L’auto-trattamento del disturbo da uso di oppioidi con una sostanza non approvata e non monitorata medicamente espone il paziente a rischi non quantificabili.
→ Leggi anche: Overdose: negli Usa il calo continua, in Italia cresce l'allarme. Come la prevenzione fa la differenza
Il secondo livello di preoccupazione riguarda l’assenza di supervisione clinica. Il kratom è acquistabile liberamente, spesso da persone che non sanno con precisione cosa stanno assumendo, in quale quantità e con quali possibili interazioni con altri farmaci o condizioni di salute preesistenti. L’American Psychiatric Association ha evidenziato come la bassa familiarità della popolazione con questa sostanza — solo il 19% degli adulti la conosce — contrasti con la sua diffusione crescente, creando un divario informativo pericoloso.
Il terzo elemento è l’assenza di un quadro regolatorio chiaro negli Stati Uniti. A differenza dei farmaci approvati, il kratom non è soggetto a controlli di qualità, standardizzazione del dosaggio o obblighi di etichettatura che informino adeguatamente il consumatore. Alcune giurisdizioni statali ne hanno vietato la vendita, ma a livello federale la sostanza rimane in una zona grigia normativa che la FDA non ha ancora risolto con un provvedimento definitivo.
Cosa sappiamo e cosa resta incerto
La ricerca sul kratom è ancora in una fase relativamente precoce. Sappiamo che ha proprietà agoniste parziali sugli oppioidi, che il suo uso è aumentato in modo drammatico negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni e che le segnalazioni di esiti avversi gravi sono cresciute in parallelo. Sappiamo anche che viene impiegato da una quota rilevante di persone con disturbi da uso di oppioidi, il che suggerisce un bisogno clinico reale a cui il sistema sanitario non sta rispondendo in modo adeguato.
Quello che ancora manca sono trial clinici randomizzati di qualità sufficiente a stabilire se il kratom abbia un profilo beneficio-rischio favorevole in qualsiasi indicazione terapeutica, e a quali dosi, in quali popolazioni e con quale durata d’uso. Senza questi dati, qualsiasi raccomandazione terapeutica rimane priva di fondamento scientifico. Chi considera di usare il kratom per gestire dolore, ansia o sintomi da astinenza dovrebbe discuterne con un medico, anche perché le interazioni con altri farmaci non sono state sistematicamente studiate. La pagina dedicata della FDA offre un punto di riferimento aggiornato per chi cerca informazioni ufficiali sulla sostanza.
Il kratom rappresenta un caso emblematico di come sostanze con radici culturali antiche possano entrare rapidamente in nuovi mercati, spesso precedendo di anni la capacità della scienza e della regolamentazione di valutarle adeguatamente. La distanza tra la percezione popolare — una pianta naturale, disponibile ovunque, usata da millenni — e il profilo farmacologico reale di una sostanza con effetti oppioidi parziali è esattamente lo spazio in cui si annidano i rischi più difficili da comunicare e da prevenire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








