Patologie

Alzheimer, i primi segnali visibili già 18 anni prima della diagnosi: ecco quali sono

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Alzheimer, diagnosi anticipata (www.medicinanews.it)

Quali sono i primi segnali visibili dell’Alzheimer, anche 18 anni prima della diagnosi? Scopriamolo insieme.

Per anni il morbo di Alzheimer è stato associato quasi esclusivamente ai suoi sintomi più evidenti: la perdita progressiva della memoria, le difficoltà nel riconoscere parole e volti, il lento scivolare verso un declino cognitivo che cambia la vita delle persone e delle famiglie. Oggi però il quadro si sta ampliando. La ricerca scientifica sta mostrando con sempre maggiore chiarezza che la malattia inizia molto prima, in una fase invisibile, quando il paziente appare ancora perfettamente sano. 

Uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha tracciato una vera e propria linea temporale dell’Alzheimer, evidenziando come i primi segnali biologici possano comparire fino a quasi vent’anni prima della diagnosi clinica. Non si tratta di sintomi percepibili, ma di modifiche profonde nel cervello e nei suoi meccanismi chimici. 

I biomarcatori che anticipano la malattia 

Al centro di questa scoperta ci sono i cosiddetti biomarcatori, indicatori biologici che segnalano l’avvio del processo neurodegenerativo. In particolare, l’attenzione si concentra su due proteine: la beta-amiloide e la proteina tau, già note per il loro ruolo nella formazione delle placche e dei grovigli che caratterizzano l’Alzheimer. 

alzheimer diagnosi anticipata

Alcuni sintomi possono persino anticipare il orbo di Alzheimer (www.medicinanews.it)

Secondo i dati emersi, il primo segnale rilevabile è un aumento della beta-amiloide 42 nel liquido cerebrospinale, osservabile addirittura 18 anni prima della diagnosi. Questo dato cambia radicalmente la prospettiva: la malattia non inizia quando emergono i sintomi, ma molto tempo prima, in una fase completamente asintomatica. 

Negli anni successivi, si osservano ulteriori passaggi. Cambia il rapporto tra le diverse forme di beta-amiloide, poi aumentano i livelli della tau fosforilata, segno di un danno più avanzato. Progressivamente emergono anche indicatori di sofferenza neuronale, come la presenza della catena leggera del neurofilamento, che segnala un deterioramento delle fibre nervose. 

Come cambia il cervello nel corso degli anni

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda le modifiche strutturali del cervello. Circa otto anni prima della diagnosi, le risonanze magnetiche iniziano a mostrare un’atrofia dell’ippocampo, una regione fondamentale per la memoria e l’apprendimento. 

È un passaggio delicato, perché segna il momento in cui il danno diventa visibile anche a livello anatomico. Eppure, in molti casi, la persona continua a vivere senza accorgersi di nulla. 

Solo negli anni immediatamente precedenti alla diagnosi compaiono i primi segnali cognitivi misurabili attraverso test standardizzati. Il declino, a quel punto, è già in corso da tempo. 

Lo studio che ha cambiato prospettiva 

A ricostruire questa sequenza è stato un ampio studio condotto in Cina, coordinato dal professor Jianping Jia, che ha seguito centinaia di persone per quasi vent’anni. I ricercatori hanno confrontato soggetti rimasti cognitivamente sani con altri che hanno sviluppato l’Alzheimer nel tempo, analizzando dati raccolti con esami ripetuti e approfonditi. 

Quello che emerge è una progressione precisa, quasi scandita in tappe. Un elemento che rafforza l’idea che la malattia non sia un evento improvviso, ma un processo lento e continuo. 

Un altro dato significativo riguarda la genetica. La presenza della variante APOE4 risulta più frequente tra chi sviluppa la malattia, confermando il suo ruolo come fattore di rischio. 

Perché la diagnosi precoce cambia tutto 

Queste scoperte hanno implicazioni concrete. I farmaci oggi disponibili e quelli in fase di sperimentazione mostrano risultati migliori quando vengono somministrati nelle fasi iniziali della malattia. Intervenire tardi significa spesso limitarsi a rallentare un processo già avanzato. 

Individuare i segnali in anticipo potrebbe quindi aprire la strada a strategie di prevenzione più efficaci, anche se la questione resta complessa. Non tutte le persone con accumulo di beta-amiloide sviluppano Alzheimer, e questo rende ancora più difficile stabilire chi è realmente a rischio. 

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 40 milioni di persone nel mondo convivono con forme di demenza, un numero destinato a crescere rapidamente nei prossimi decenni. L’idea che l’Alzheimer possa svilupparsi per anni senza dare segnali evidenti cambia il modo in cui si guarda alla malattia. Non è più solo una questione di sintomi da riconoscere, ma di processi invisibili da intercettare. 

La ricerca sta aprendo una finestra su questo lungo periodo sommerso, dove tutto comincia ma nulla si vede. Ed è proprio lì che, forse, si giocherà la partita più importante nei prossimi anni. 

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